I nuovi italiani: la vita e la figlia della gazzella
Dopo i primi tre, un altro ritratto di nuovi italiani, immigrati in Italia di seconda generazione. Due adolescenti
provenienti dal Medio Oriente.
LA VITA E LA FIGLIA DELLA GAZZELLA
Maisa è nata a Roma nel 1995. E’ figlia di Hinda, tunisina e di Khaled proveniente dalla Giordania. Il suo nome significa “vita”, mentre quello di sua sorella Maha, maggiore di quattro anni, “figlia della gazzella”.
Abitano in Umbria da nove anni, dopo un periodo trascorso nella Capitale. Maisa ha frequentato in Umbria le ultime classi della scuola elementare e l’intera scuola media; ora prosegue gli studi presso un Istituto alberghiero, regolarmente iscritta al corso di cucina, scelto perché, dice lei: “mi piace avere contatti con le persone, cucinare e mangiare, soprattutto la pasta con il tonno e i tartufi”. A valutare i gusti gastronomici, una sicura italiana.
Anche il padre fa il cuoco in un ristorante, mentre la mamma, che i primi anni lavorava, ora si dedica interamente alla casa.
Mi accolgono con calore nel loro soggiorno dove campeggiano un grande ritratto fotografico della famiglia e alcuni leggeri drappi colorati appuntati alla parete. Mi offrono dei dolcetti arabi, baklaw, che ha mandato loro la nonna e che ricordano nel sapore il marzapane della Sicilia e nei colori la solarità del mondo orientale. La figlia maggiore Maha, anche lei studentessa all’Istituto alberghiero nel corso di accompagnatrice turistica, è interessata all’intervista e ritiene che sia utile far conoscere le varie situazioni delle famiglie migrate per migliorare l’integrazione.
La quindicenne Maisa, jeans e maglietta, mi parla degli amici, della scuola, del tempo libero e poi con timidezza dei primi anni in Italia. Non sono stati agevoli: nonostante l’aiuto del comune che ha provveduto a sostenere la famiglia nella ricerca del lavoro e di un alloggio, la mancanza di parenti o amici immigrati e la lingua araba, parlata in casa in modo esclusivo, impedivano di comunicare e di stabilire relazioni. Poi, l’italiano è stato imparato correttamente e l’arabo dimenticato, cosicché almeno l’ostacolo linguistico non è più esistito e le amicizie sono arrivate. Ma altri disagi si sono fatti avanti: Maisa ha dovuto fare i conti con la spietata crudeltà di qualche coetaneo che la incitava a tornare al Paese d’origine o la provocava passando beffardamente il cibo davanti ai suoi occhi di musulmana che il pasto, per motivi religiosi, non poteva condividerlo.
La mamma racconta che è tornata tante volte a casa in lacrime e che il pomeriggio preferiva non uscire rinchiudendosi nella stanza piuttosto che trovarsi di fronte a quelli e ad altri episodi di violenza intollerante (lancio di sassi, chiodi tirati in testa) che qualcuno metteva in atto, quasi fosse un gioco. La sorella, invece, ammette di essersi difesa da sola e di aver affrontato la questione ricorrendo a mani e piedi dimenati sotto forma di pugni e calci verso i prepotenti che, a fronte degli argomenti, cessavano di infastidirla.
Ora le cose sono migliorate, gli insegnanti di scuola sono “stati bravi e giusti”,anche se ancora qualcosa rattrista l’adolescente Maisa: soprattutto tra le ragazze italiane le straniere sono considerate più “leggere” in amore, cosicché le normali attenzioni dei maschi di quest’età verso un corpicino aggraziato vengono liquidate dalle rivali con epiteti poco graditi. Mi dicono che sono una “bip” dice Maisa, omettendo educatamente e con sofferenza la parola volgare.
Ci sono, ovviamente, anche le esperienze positive, tanto che tra le cose migliori dell’Italia la ragazza mette al primo posto proprio gli amici, quelli “stupendi non falsi.”
Ne ha diversi nella cittadina dove abita, anche tra la squadra femminile di calcio, di cui ha fatto parte giocando in attacco.
Da grande vuole vivere in Italia, tornare in Tunisia per le vacanze; si aspetta di lavorare seguendo l’inclinazione che ha già manifestato scegliendo il corso di studi superiori, anche se il suo sogno sarebbe quello di diventare una ballerina e di esibirsi in televisione. E’ consapevole della difficoltà di trovare un lavoro ma ce la metterà tutta perché ritiene molto importante avere un’occupazione indipendente e remunerata.
Su un’altra cosa è categorica insieme a sua sorella: non sposeranno mai un italiano. “Papà non vuole, la nostra religione lo vieta e noi faremo tutto per evitarlo.” Per loro l’unità e il rispetto della famiglia sono la cosa più importante.
(Trovi altri ritratti in I nuovi italiani: Hasime e Hasim )