Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog

Un diario dove annoto, con testi e foto, le tradizioni dell'Umbria, i miei pensieri sull'attualità, qualche buona ricetta e le tante curiosità che attraggono la mia attenzione.

02 Nov

Slittamenti dell'italiano: come dire un tipo piuttosto che aspro

Pubblicato da berenice.over-blog.it  - Tags:  #Attualità

                                       5705802034_748ea4e98d.jpg     

Capita spesso di ascoltare neologismi o di riascoltare parole uscite dal lessico comune, che vengono rispolverate in occasione di eventi importanti e poi ripetute fino all’ossessione.

Capita di pronunciare e ascoltare brevi espressioni che si insinuano subdole e improprie nelle frasi quotidiane. Anche il parlare segue, spesso, una moda, affrancato da conduttori televisivi, opinionisti, giornalisti e pubblicitari.

Ci sono termini che diventano tormentoni, altri che rievocano automaticamente l'immagine di chi li ha coniati o recuperati (l’attimino, il che ci azzecca, lo scendere in campo, il picconare).

L'italiano è una lingua viva ed è normale accettarne le trasformazioni. Ma ci sono degli slittamenti che proprio non vanno e che addirittura caratterizzano periodi precisi; attraverso di essi si può addirittura tentare (scherzosamente?) di leggere l'evoluzione della società.

  • Iniziamo con l’uso ancora attuale del piuttosto che al posto dell’oppure o della congiunzione e. Del fenomeno hanno già parlato linguisti ed esperti vari ma il suo permanere, oltre a essere errato, è fastidioso e induce confusione. Dire. 'Indosso la camicia piuttosto che i pantaloni piuttosto che la gonna' effettivamente farebbe pensare che l'interessata uscirebbe volentieri in mutande o al più con un paio di calze.  L’inflessione nordica, posseduta da chi lo pronuncia in prevalenza, sembrerebbe voler manifestare un’eleganza snob o una modernità non accessibile ai più. Considerato che l’espressione si è andata attestando a partire da circa vent’anni, non è che dobbiamo leggervi una coincidente tentata affermazione della supremazia culturale Padana? Bossi piuttosto che la corte di Arcore?
  • Andiamo oltre: che dire del ripetuto e quant’altro, pronunciato con enfasi e a lingua piena dopo una serie di sostantivi, per far sembrare di aggiungere molto al discorso e invece affermare niente? Direi che è un’espressione di pseudo sapienza, un po’ saccente e molto liquidante, usata per cavarsela quando non si hanno altri argomenti. Tipico dei nostri tempi.
  • Persiste l’attimino, pronunciato con smielata dolcezza, quando non si è fatto il proprio dovere nel tempo assegnato. Un attimino e ti guardo la pratica che adesso devo concludere la telefonata, un attimino e finisco di prepararmi, intanto tu vai avanti che prima di pranzo ci vediamo. L’attimino che è anche secondino, viene usato  per dilatare quel tempo minimo che non basta mai, specie se non c’è organizzazione e responsabilità.
  • La coppia cioè e assolutamente ( e no) costituisce un buon materiale di paragone. Il primo, il cioè, è tipico degli anni settanta e ottanta ma è ancora vivo, il secondo l’assolutamente, è molto presente nell’attualità.  Due espressioni testimoni di altrettante epoche, come dicevo all’inizio. Quel cioè ciancicato, faticato e ripetuto ossessivamente, che serviva d’appoggio ai pensieri e alle frasi da dire, denotava un’insicurezza, la paura di essere giudicati, la timidezza di esprimersi anche se dentro si avevano tante cose.  L’assolutamente, al contrario, è la sicurezza, la presa di posizione aggressiva e certa che non ammette dubbi. Salvo, poi, voltare opinione e pensiero al primo soffio di vento. Assolutamente no. Assolutamente sì, invece.
  • Diciamo che gli intercalari sono tanti, ma questa prima persona plurale del verbo dire è tra le più usate. Non solo dallo showman Fiorello che imita con voce rauca il ministro Ignazio La Russa, ma da intere classi di studenti medi e universitari. A me è capitato, durante un corso di formazione per l’igiene degli alimenti, di avere un giovane docente che è riuscito a infilare un diciamo ogni tre-quattro parole. Lo pronunciava con tale velocità che il più delle volte diceva ‘ciamo, vanificando la sua lezione giacché l’uditorio, sebbene interessato alla materia, era in preda alle risate.
  • Un’altra espressione, ormai in declino, ma che è stata molto usata soprattutto dagli opinionisti o dai politici, è come dire. “Vorrei risolvere i vostri problemi, ma come dire, intanto provateci voi.” All’esordio denotava una certa eleganza, una pausa riflessiva e quasi una ricerca di democrazia nascosta in quell’appello che chiamava interattivamente l’uditorio a suggerire il modo per dire meglio un concetto. Dopo aver inflazionato ogni discorso e una frase si, una no, è caduto in disuso. Se ne riescono ad avvistare ancora pochi esemplari, per lo più in personaggi pubblici tenuti a lungo  in naftalina.
  • Per concludere, vorrei accennare al remoto ecco e al freschissimo aggettivo tipo. L’interiezione ecco è andata molto di moda fra gli intellettuali di qualche anno fa. La premettevano a ogni discorso, a ogni proposizione per darsi tono, quando forse tono non ne avevano più. Quell’ecco sembrava quasi annunciare un’epifania, una rivelazione che andava ascoltata. Il mio professore di filosofia, ligure di Genova Nervi, spiegava i Presocratici usando l’ecco come un tic: lo pronunciava a raffica mescolandolo ad acqua, aria, terra e fuoco, e mentre lo faceva si accarezzava verticalmente il naso da un lato. Forse le quattro lettere favorivano la concentrazione. La sua, ovviamente, perché la nostra era impegnata nel conteggio della reiterazione.
  • Sull’aggettivo tipo c’è da dire che è la parolina in voga del momento. “A che ora hai lezione?” “Tipo alle nove” “Tipo, mi verresti a prendere dopo cena?” Che questi ragazzi abbiano un’inconscia necessità di modelli veri a cui riferirsi, di tipi (sostantivo) affidabili da seguire? Può essere. Allora l’uso improprio diverrebbe una sorta di malattia psicosomatica del linguaggio che rivela bisogni nascosti. Sta a noi scovarne la terapia.
  • Nel congedarmi, però, visto che abbiamo introdotto l’argomento malattie, vorrei richiamare l’attenzione sui rischi del diabete.  Di quello causato grammaticalmente da un uso eccessivo del dolce ovvero dall’uso errato della zeta dolce o sonora al posto di quella sorda e aspra. Restando ligi alle regole della dizione si dovrebbe usare la zeta aspra quando nella parola la zeta è preceduta dalla lettera elle: in alzare, calza, ecc., la zeta è sorda, cioè aspra. Così come lo sarebbe in polizia, sfilza, ospizio, vizio, agenzia o ammazzare, sminuzzare. Alcuni però la pronunciano come zeta dolce: passi la gente comune, ma i conduttori dei telegiornali potrebbero anche farne a meno. Tutto questo dolce ci farà male? Chi può e sa ci illumini, anche se l'ho fatta un po' lunga e se sono caduta anch'io in qualche insopportabile errore!
Commenta il post

Archivi

Sul blog

Un diario dove annoto, con testi e foto, le tradizioni dell'Umbria, i miei pensieri sull'attualità, qualche buona ricetta e le tante curiosità che attraggono la mia attenzione.