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Un diario dove annoto, con testi e foto, le tradizioni dell'Umbria, i miei pensieri sull'attualità, qualche buona ricetta e le tante curiosità che attraggono la mia attenzione.

19 Nov

Glossario di dialetto umbro: sgummarello, ticama, cazzaròla, teggia e pigna

Pubblicato da berenice.over-blog.it  - Tags:  #Dialetto umbro

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La rubrica del dialetto umbro, circoscritta a quello parlato nella zona sud-est della regione, oggi entra in cucina.

Un tempo gli utensili da lavoro di cui poteva disporre un'accorta donna di casa erano presenti in numero limitato. Stoviglie e pentolame si tramandavano di madre in figlia o passando da suocera a nuora; in caso di rottura si portavano dallo stagnaio o dall'ombrellaio per farli riparare o riammagliare, così i pezzi di coccio venivano ricomposti all'interno di una maglia di fil di ferro attorcigliato.

 

L'appiccarame, mobile appeso al muro e costituito da stecche di legno disposte a forma di rettangolo con spazi vuoti tra un travetto e l'altro, mostrava la dotazione di stoviglie familiari appesa ai ganci di ferro. Soprattutto nell'ambito rurale la cucina rappresentava il fulcro dell'abitazione, tanto da essere chiamata essa stessa casa.

Le credenze di oggi, laccate con vari colori e addossate per lo più alle pareti delle ristrette kitchen (così parliamo pure inglese), racchiudono robot multiuso, wok cinesi, doppi fondi antiaderenti per la cucina senza grassi e una miriade di ricettari che con la loro presenza almeno rassicurano chi con cinque o dieci minuti deve scodellare un pasto decente per sé e per i propri cngiunti.

 

Ma i vecchi pezzi resistono ancora, magari solo nei nomi. Eccone dunque un esempio:

 

Sgummarello o sgummaro: è il mestolo per raccogliere i liquidi. Un tempo era di rame e veniva usato per le minestre, per le zuppe, per prendere l'acqua dalla brocca quando le condutture idriche non arrivavano ancora in casa o per tirare fuori dai pozzetti delle cantine il succo pigiato dell'uva. Lo sgummarello era prevalentemente di rame, a volte di stagno, e aveva dimensioni maggiori di quello in uso oggi. "Te do na sgummarellata se non lèvi 'ste mani, lu zinale me lu lego da sola!" (Ti do una mestolata se non togli queste mani, il grembiule me lo allaccio da sola!)

 

Ticama: tegame. La ticama può essere ticametta, tecamella, camella, ticamittu, ticamaccia a seconda del diametro e dello stato di conservazione dell'oggetto. Si tratta di una pentola in acciaio, alluminio o terracotta con le pareti basse, a volte anche abbozzata per il continuo uso, adoperata per cucinare sughi, salmì, stracotti e intingoli vari. Diffuso il sostantivo ticamata, per indicare una considerevole quantità di cibo cotto nel tegame.

" Emo 'mmazzatu lu porcu e ce semo magnata 'na ticamata de animelle. Bòne! " ( Abbiamo ucciso il maiale e abbiamo mangiato una pentolata di animelle. Buone!).  Farà impressione, ma le delicate e gustose animelle, per chi non lo sappia, sono i linfonodi del sistema linfatico.

 

Cazzaròla: casseruola. Rispetto al tegame questa pentola ha le pareti più alte. Il termine viene usato anche come espressione di meraviglia. "Cazzaròla, quantu chiacchieri!"  La cazzaròla era anche usata in parrucchieria. "Chi je l'ha tajati li capilli? Pare che j'hanno missu na cazzaròla su la capoccia!"  (Chi gli ha tagliato i capelli? Sembra che gli hanno messo in testa una casseruola!). Spesso, improvvisando per risparmiare le spese del barbiere, i capelli venivano tagliati seguendo i contorni di una pentola appoggiata sulla testa: venivano sforbiciati quelli che uscivano fuori, con risultati poco gratificanti per l'estetica.

 

Téggia: teglia. Le téggie sono le classiche pentole da forno, di varie forme, quadrate, rettangolari o rotonde. Un tempo erano di ferro, venivano usate per la cottura di arrosti o di ciambelle. Oltre a quelle da forno le massaie si servivano anche delle teggie da focolare. Di forma circolare, dotate di zampette e del classico anello per appenderle all'appicarame, possedevano  un coperchio, ugualmente di ferro, che chiudeva la pentola e che veniva ricoperto di brace e carboni accesi per la cottura del cibo: in questo modo l'interno prendeva calore da sotto e da sopra. "Su ste tegghie che ce cocémo, l'abbacchiu o la tòrta?"  (In queste teglie che ci cuociamo, l'abbacchio o la tòrta?) La tòrta è lo strudel natalizio farcito con mele e frutta secca di cui avremo modo di parlare un'altra volta.

 

Pigna: è la pentola di terracotta a forma di bròcca, usata per cuocere alimenti liquidi, in particolare per lessare i legumi o gli zampetti del maiale. La pigna era sempre presente sul camino: per lunghe ore borbottava accanto al fuoco facendo cuocere lentamente il contenuto oppure veniva riposta sulla mensola del focolare, a testa in giù, a volte sbeccata ma sempre allineata in ordine di grandezza accanto ad altre pigne. Poteva presentare delle decorazioni esterne a formo di ghirigoro o di tralci di vegetazione. "Arràbbiate, te si magnata la pigna co tutta la còlla!"  (Accipicchia, hai mangiato tutto quello che c'era nella pentola!). Letteralmente: hai divorato la pentola con tutta la colla formata dall'amido dei legumi.

 

Altre parole su Glossario di dialetto umbro: 'ntrallacchenno, tertichenno, jòne, sune, tecco e diecca e su Glossario di dialetto umbro: 'cciaffatu, 'llamatu, cuscì, tuscì, lu ferru

 

(continua, arrivederci a sabato prossimo)

 

 

 

 

 

 

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Tiziana 11/21/2011 11:18


E' stato un piacere leggere questo articolo.

berenice.over-blog.it 11/22/2011 15:50



Ti seguo anch'io, grazie!



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