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Un diario dove annoto, con testi e foto, le tradizioni dell'Umbria, i miei pensieri sull'attualità, qualche buona ricetta e le tante curiosità che attraggono la mia attenzione.

19 Dec

Dialetto umbro: pipite, camelle, sulitti, prete e scallalettu

Pubblicato da berenice.over-blog.it  - Tags:  #Dialetto umbro

lu-prete.jpgLa neve caduta questa notte mi è propizia per far riaffiorare alla mente alcune voci dialettali legate ai rigori dell'inverno.

Il calore del fuoco acceso nel camino, i vetri appannati, l'odore e il sapore di certi cibi invernali, la terra umida e bagnata dalle pozzanghere, le mani e i piedi intirizziti, facevano il paio con le giornate di dicembre e con certe parole mai dimenticate che ogni tanto riecheggiano improvvise.

 

Pipite: pellicole membranose dei polli. La pipita in latino parlato è il nome dato al muco, al catarro e alle secrezioni in genere.

Si trova sulle estremità della lingua delle galline e dei gallinacei sottoforma di membrana biancastra, sintomo di una malattia, il difterovaiolo virale, che impedisce ai pennuti di deglutire e di emettere versi. ('N corbu quantu chiacchiera, je pijassero le pipite come a le galline!)

 

Stufaròla e camella: completano il corredo delle pentole da fuoco di cui si è già parlato in Glossario di dialetto umbro: sgummarello, ticama, cazzaròla, teggia e pigna  . La camella e le camellette sono di alluminio o di smalto, le stufaròle sono di terracotta e, poggiate sui treppiedi del focolare, servivano per fare i sughi, per cucinare i legumi già lessati nella pigna e per la cottura delle carni. (Ce vèngono boni li pollastri de la biòcca...) Ci vengono buoni i polli nati dalle uova covate dalla chioccia...

 

Lu solu e li sulitti:  sono le teglie da forno di forma circolare, con le pareti più o meno alte, adatti per cuocere arrosti, ortaggi e le pizze di Pasqua, dolci o con il formaggio. (Mitti su 'n sulittu de pummidòri co lo risu, che ancora lu furnu è callu!) Metti a cuocere una teglia di pomodori con il riso, ché ancora il forno è caldo!

 

Lu prete: slitta in legno che si infilava nel letto per riscaldarlo. Conteneva al centro uno scaldino riempito di brace ardente, appoggiato su due lastre di lamiera fine. L'oggetto veniva sistemato tra le lenzuola prima di andare a dormire, per il tempo necessario a infuocarle. (Furtuna lu prete, sennò come te scallai?) Se non ci fosse stato il prete come si sarebbero potute affrontare le basse temperature nelle stanze senza stufe e termosifone?

 

Lu scallalettu: è lo scaldino inserito nel prete. Realizzato in rame, aveva una parte inferiore dove si metteva la brace, un coperto legato a cerniera sul dietro e bucherellato in superficie e un lungo manico orizzontale per la presa. Lo scaldaletto poteva essere anche essere strofinato ripetutamente sulle lenzuola per stiepidirle velocemente, quando non si voleva mettere il prete. Al passaggio dello scaldino le lenzuola fumavano emettendo tutta l'umidità di cui erano cariche.

 

La càola: è la cerniera del rubinetto delle botti di rovere custodite in cantina. L'oggetto di legno ha la forma di un grosso tappo che veniva sfilato per far zampillare il vino, giusto la quantità necessaria a scaldare il fisico esposto alla rigidezza delle corte giornate decembrine. 

 

(continua, arrivederci a sabato prossimo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Monica C. 12/22/2011 01:31


Ma questo articolo è un gioiellino: profuma di cultura vera, di storia, di filologia. E poi c'è una fotografia stupenda!

berenice.over-blog.it 12/22/2011 18:11



Grazie Monica. anch'io seguo gli aggiornamenti del tuo blog: ormai tra noi appassionate di scrittura si sta consolidando una comunità che ci arricchisce culturalmente insegnandoci
continuamente nuove cose.


Anche se c'è sempre da fare, l'appuntamento quotidiano con i contenuti di over blog è diventato quasi irrinunciabile!


P.S. La foto è bella, ma non è mia.



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