Overblog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog

Un diario dove annoto, con testi e foto, le tradizioni dell'Umbria, i miei pensieri sull'attualità, qualche buona ricetta e le tante curiosità che attraggono la mia attenzione. Buona lettura. Agnese Benedetti

29 Jan

dialetto umbro: lu camminu, le luje, le léna, lo fume che te cèca

Pubblicato da berenice  - Tags:  #Dialetto umbro

I rigidi giorni della merla si presentano puntuali a fine gennaio, quando l'inverno sfodera tagliente i suoi rigori. A difenderci dal freddo compaiono sciarpe, cappotti di lana (quest'anno impera il pied- de-poule), piumini a salsiccia, cappelli di maglia.

Al chiuso, invece, oltre ai caloriferi e alle energivore stufette, chi può riscaldarci meglio di un atavico camino? Cosa meglio di un focolare può spargere tepore, aroma di bosco, fiamme giallognole e carboni rossi che attirano magneticamente?

Il fuoco che arde e parla mi ricorda le voci del mio dialetto, le serate da bambina tascorse tutti insieme davanti all'ampio focolare, disposti in semicircolo a parlare, a sgranare i legumi o a sonnecchiare con la testa che ogni tanto cindolava avanti e indietro, seduti su sedie di legno o cippitti (sgabelli) intagliati nella quercia.

 

Il dialetto dei focolari della Valnerina: 

 

  • lu camminu (in italiano camino o focolare); 
  • la canna (canna fumaria) nelle case rurali di un tempo  iniziava con una cappa svasata dotata di tavola o di mensola di pietra su cui erano allineate le saliere, il macinino da caffè, la pistarola (mortaio), il ferretto da stiro a piastra, le immaginette dei Santi e, su un lato, la palla di grasso di pecora (sicu) che serviva per ammorbidire e impermeabilizzare il cuoio degli scarponi fatti a mano;
  • le zeppette, li zippitti, li zippurilli, lu zippu, lo 'ppiccime, le frasche e le frascucce, le tortoje e le tortojòle, lu turtùru, li pizzoli e li pizzulitti, lu cippu, lu cioccu, erano ramoscelli e rami secchi o pezzi di legno di crescente grandezza, composti ad arte per accendere e mantenere il fuoco. Dai ceppi più grandi spesso uscivano processioni di furmicuni, grosse formiche nere rintanate all'interno del legno, oppure un liquido bolloso perché la legna poco stagionata cacciava l'acqua. Il compito di accendere il fuoco in genere veniva riservato alle donne e la loro abilità era sottolineata da un proverbio assai diffuso: 'la femmina da pocu se vede davanti a lu lume e lu focu' (la donna incapace si giudica quando accende il lume e il fuoco);
  • una volta infiammato co' li furminanti (fiammiferi) e un 'pizzittu de carta sciutta' o con l'aiuto de lu suffjttu (soffietto), il fuoco allora come ora non 'se deve soffocà' con legna verde, bagnata o troppo pesante, 'non se deve smòve, non se deve 'nfastidì, né tòcca scutizzà li tizzi (scalfire ripetutamente i tizzoni ardenti) finché n'ha pijàtu bene(fino a che non ha preso ad ardere);
  • e quanno lu focu ardìa era bene tenersi un po' discostati per non farsi colpire dalle luje (scintille) che sturzavano (schizzavano via) specialmente quanno bruciava lu ginebbole (il ginepro) oppure per non farsi venire le vacche su le cosce, cioè un reticolo di macchie rosso-violacee prodotto dalle venuzze dilatate dal forte calore;
  • potendo scegliere la legna, le léna de licinu (la legna di leccio), de cerqua e de cerècia marina mantèngono (la legna di quercia e di corbezzolo fanno durare il carbone e non si sfaldano), infatti quelle de cerqua so' le mejo pe' la bracia (la legna di quercia è la migliore per la brace), mentre per avere una bella fiamma meglio ricorrere al carpino, al faggio e all' acero;
  • il fuoco se troppo alimentato diventava un focaraccioda evitare per non far incendiare la fuliggine (fuligghjne) della canna fumaria che facìa annà a focu lu camminu; se lasciato a se stesso rimaneva un fuchittu (piccolo fuoco) incapace di scaldare e cuocere i cibi; se le fiamme (le fiàre) crepitavano facendo rumore era segno che qualcuno stìa a di' male de te (stava parlando male di te);
  • per governare bene il focolare occorrevano le tenaje (tenaglie) per rimuovere i carboni o assestare la legna o per appoggiarvi le cotiche (cotenne) e il pane da abbrustolire; lu scupittu ( lo scopetto) serviva per ripulire il piano di mattoni, mentre la paletta veniva usata per distribuire la bracia (brace) o per fare le piazzole dove cuocere la pizza sotto lu focu, le castagne e le patate novelle coperte da cegnere (cenere) e carbuni (carboni) o dove far scoppiare li granturchi pe' fa  le moniche (il mais da popcorn).

Siccome lu focu non serviva solo a scallasse ma anche a cucina', altri accessori de lu focolare erano lu trippiéte (treppiede) di ferro per sostenere le ticame (pentole), lu servipadella (treppiede alto che sosteneva le padelle usate per friggere), la catena, lu callaru (caldaio) di rame, la callaretta pe' lo caciu (la caldaia conica per fare il formaggio), la graticola, lu spitu (lo spiedo) per còce li cillitti co' lu grassu e magru e le sargicce (per cuocere gli uccelli con il grasso e magro di maiale e le salsicce), la pigna (pignatta di terracotta);

  • sulle pareti del camino, appesi ai chiodi c'erano li quaji (i cagli) d'agnello o di capretto, li fugni a seccà (i funghi da essiccare infilati a coroncina), lu sargicciolu (una piccola salsiccia di maiale destinata ai bambini); 
  • sulla parete laterale del focolare spesso si apriva anche una finestrella per dare ventilazione, sennò lo fume te cecava (altrimenti il fumo ti accecava), anche se un po' di fumo era utile per asciugare i cerchi de le sargicce (pieghe di salsicce appese a spirale in un cerchio), i salami, capucolli e le costorelle (capocolli e coste di maiale conservate sotto sale) tutti penzolanti dalle travi della cucina;
  • la bracia oltre a cucinare e riscaldare era utile per alimentare lu scallalettu, lu ferro (ferro da stiro a carbone) e, quando c'erano i funerali, per l'incensiere de lu prete; la cegnere serviva per pulire i boccioni del vino dalle incrostazioni, per sgrassare i piatti, per sbiancare il bucato, per coprire la brace prima di andare a dormire conservandola per la mattina successiva, per concimare i campi e, quando qualche granello restava attaccato al cibo, gli si dava una sgrullata (scrollata) ricordando a chi protestava che Santa Barbara ne magnò sette coppe!

 

 

 

dialetto umbro: lu camminu, le luje, le léna, lo fume che te cèca
Commenta il post

Archivi

Sul blog

Un diario dove annoto, con testi e foto, le tradizioni dell'Umbria, i miei pensieri sull'attualità, qualche buona ricetta e le tante curiosità che attraggono la mia attenzione. Buona lettura. Agnese Benedetti