Wednesday 30 may 2012 3 30 /05 /Mag /2012 15:04

 

mappa-rischio-terremoto-copia-1.jpg

 

 

Provo tanta tristezza e un sentimento di vicinanza per le popolazioni colpite dal terremoto in Emilia Romagna. Conosco bene, per averli vissuti, i giorni di sgomento, di incertezza, di angoscia che seguono a questi eventi così straordinari.

Non si è colpiti solo dalla violenza dell'evento, non solo dai danni provocati, dai disagi arrecati, ma da quel senso di impotenza, di precarietà e di assoluta mancanza di risposte.

Nulla è uguale a prima, né il quotidiano, né il futuro. Per parecchio tempo si vive provvisoriamente anche si si è avuta la fortuna di restare in casa propria.

Quando nel 1997 il terremoto colpì l'Umbria e le Marche, dopo ogni scossa di alta intensità il geofisico Enzo Boschi appariva in tv, al telegiornale, per assicurare che non ci sarebbero state nuovi sommovimenti di rilievo. Puntualmente veniva smentito dalla realtà, a tal punto che se qualcuno fosse stato superstizioso avrebbe detto che quell'esperto portava jella.

Oggi si ammette che nulla può essere previsto e nulla può essere escluso in questo campo.

Ma l'Italia deve essere più concreta, gli esperti non possono limitarsi ad archiviare le esperienze e i movimenti delle faglie, a monitorare i dati e a catalogare ciò che è manifesto. Debbono fare di più. Essere propositivi. Troppi morti, troppi danni.

La protezione civile non è solo intervento di emergenza, è cura innanzitutto, è precauzione quando non può essere previsione certa. 

Le caratteristiche di sismicità dell'Italia sono molto elevate, ma minori di altri Paesi che con eventi simili  riescono a non avere vittime.

Oggi il procuratore capo di Modena, aprendo un'inchiesta sul crollo mortale dei capannoni a causa del sisma, ha affermato che "la politica industriale a livello nazionale sulle costruzioni di questi fabbricati è una politica suicida".

Aggiungerei che anche sull'edilizia abitativa e di pregio architettonico non siamo alla piena soddisfazione..

La legge nazionale in materia di sicurezza e vulnerabilità degli edifici viene rispettata? Le leggi regionali vengono correttamente applicate quando si parla di individuazione di zone sismiche, di miglioramento e adeguamento? Le microzonazioni sono corrette? I finanziamenti pubblici intervengono nella misura più giusta?

Scrissi in questo blog qualcosa in occasione della devastante alluvione che colpì la Liguria lo scorso anno e torno a riproporre l'articolo, convinta dell'attualità di quei contenuti. Boh! Quanto siamo responsabili delle catastrofi ambientali?

 

 

Di berenice - Pubblicato in : Attualità - Community : Dritte Sulla Rete
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 0 commenti
Wednesday 30 may 2012 3 30 /05 /Mag /2012 09:18
 Petrone da Vallo Vallo di Nera brigante Picozzo Brancaleone
 
Il fumo spargeva un odore acre avvolgendo le case e le persone e si stendeva pietoso a nascondere i corpi di Petrone e del suo figlioletto, arsi vivi in un abituro.
 
Era il 1523. Scrive Severo Minervio che Spoleto ne ordinò la morte per  porre fine al movimento di rivolta che i comuni della Valnerina avevano portato avanti per ben due anni, ribellandosi alla città per le imposizioni di tasse e per le continue richieste di arruolamento militare.
 
Capi della rivolta erano stati Petrone da Vallo e Piccozzo Brancaleone.
 
I due, dopo aver costituito una banda di audaci e ribelli, si erano  posti intorno ai castelli di Rocchetta, di Ponte, di San Felice e Vallo per sottometterli a operare con loro. Avevano già dalla loro parte Paterno, Cerreto e Sellano, mentre era fallita l’impresa contro Scheggino difeso dalle donne.
 
“Vallo assaltato con maggior impeto, fu preso, fatto pieno di rovine e di sangue e spogliato di ogni cosa”- si legge negli annali.
 
Lo spagnolo Alfonso da Cardona, giovane neo governatore di Spoleto, temendo di perdere il controllo di quei preziosi  territori che controllavano la valle del Nera e una vasta rete di comunicazione, cavalcò alla volta di Vallo accompagnato da pochi familiari e da alcuni cittadini.
 
Petrone organizzò i suoi uomini armandoli  di spiedi, panciotti e schioppetti, pronti a difendersi e a difendere i loro ideali.
 
Presso il ponte di Piedipaterno sul fiume Nera, il governatore e il ribelle si incontrarono.
 
Alfonso dette un colpo di giannetta a Petrone facendolo cadere da cavallo.
 
Ne seguì una mischia feroce che portò alla morte Alfonso, trucidato da squarcianti ferite.
 
La notizia portò a Spoleto un grave lutto e subito furono inviati in Valnerina più di mille fanti che obbedivano agli Orsini e ai Varano di Camerino. Tanti, troppi soldati  per contrastare l’ardimentoso e limitato esercito di Petrone, composto da spericolati e canaglie –come scrisse la storia ufficiale- sovversivi e temerari.
 
I capi dei tumulti furono presi e per Petrone fu emessa la condanna a morte.
 
Il corpo del ribelle fu mutilato ed esposto a monito dei traditori di Spoleto, mentre le fiamme bruciavano la sua torre,  che ancora oggi  si intravede fra le case di Vallo di Nera, con accesso lungo la via di Mezzo.
 
E il fuoco cancellò il tentativo di uscire dalle antiche e pesanti convenzioni stipulate con Spoleto.
 
Agli abitanti di Vallo non restò che rinnovare la sudditanza e la  fedeltà, sancendo l’impegno con un grande affresco dedicato alla Madonna nella chiesa di san Giovanni Battista. La comunità chiamò e pagò il pittore Giacomo Santoro da Giuliana, conosciuto come Jacopo Siculo seguace del grande Raffaello che datò l’opera 1536.
 
Anche la  monofora dell’abside fu tamponata per aumentare lo spazio da decorare e per accogliere il bellissimo dipinto dedicato alle storie  della Vergine su modello dell’opera di Filippo Lippi  presente nel Duomo di Spoleto.
 
 
 
           
 
Di berenice - Pubblicato in : Curiosità umbre - Community : Caffè letterario Fons Calidus
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 0 commenti
Monday 28 may 2012 1 28 /05 /Mag /2012 21:24

social-radio-web.jpg

 

 

 

Appuntamento martedì 29 maggio 2012 con la web radio Socialradio.it, la prima web radio italiana che dà voce innovativa alle organizzazioni del Terzo Settore.

Dalle 16,00 alle 16,30 la rubrica "La bisaccia del viandante", scritta e condotta da Donatella Felicini e curata da Benedetta Bidini, sarà dedicata alla Valnerina con tappa a  Vallo di Nera e Castelluccio di Norcia. A fare gli onori di casa la Pro Loco di Vallo e la Cooperativa delle lenticchie di Castelluccio.

"La bisaccia del viandante" ogni settimana offre indicazioni di viaggio preziose per scoprire luoghi e persone speciali; domani sarà la volta dell'Umbria e della sua parte più caratteristica, la Valnerina.

La web socialradio.it è diretta da Flavio Vezzosi, ha sede a Perugia e i suoi programmi giornalieri si possono seguire in diretta sul web o in podcasting all'indirizzo www.socialradio.it o sull'apposita pagina facebook.

 

Buon ascolto! 

 

Vallo di Nera via san Giovanni Valnerina scorci umbri  Castelluccio di Norcia pian grande Parco nazionale dei Monti Sibillini

Di berenice - Pubblicato in : Viaggi - Community : Bricciole d'informazione
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 1 commenti
Monday 28 may 2012 1 28 /05 /Mag /2012 00:00

legumi umbria dieta isnart roveja lenticchia

 

 

 

 

Cosa comprano i turisti quando visitano le città italiane? Quali prodotti scelgono per portare a casa il ricordo di una vacanza, per continuare a gustarne il sapore e il piacevole profumo?

Secondo un'indagine ISNART (l'Istituto nazionale che si occupa di ricerche turistiche per conto delle Camere di Commercio) l'attenzione dei viaggiatori è oggi attratta per la maggior parte dai prodotti gastronomici della tipicità locale.

Formaggi, vini, insaccati e carni bovine diventano i migliori souvenir dei posti visitati; così graditi da essere oggetto di scorte personali o utili omaggi da riportare a chi è rimasto in casa.

L'abitudine è talmente consolidata che l'acquisto di articoli mangerecci è ormai parte integrante del budget di spesa della vacanza. Insomma non c'è viaggio che oltre al soggiorno e al divertimento non preveda l'acquisto di leccornìe varie.

Ogni regione d'Italia ha la sua specializzazione e una percentuale top di richieste.

L'Umbria, che pure è scelta per i tartufi, la norcineria, l'olio, i vini, i pecorini e il cioccolato, risulta essere al primo posto per l'acquisto dei legumi. Più facili da trasportare anche in aereo, più economici  e soprattutto veramente gustosi e sani, un tutt'uno con l'immagine di sobrietà e di natura verde. Amici della dieta controllata e semplici da cucinare come piatti caldi o freddi.

L'Umbria è la regione dove i turisti comprano più souvenir a base di legumi, seguita nella classifica nazionale da Toscana e Puglia.

Su quali tipi cade la scelta dei vacanzieri? Sulle lenticchie Igp di Castelluccio, su quelle di Colfiorito, sulla fagiolina del Trasimeno e sulle monachelle della Valnerina, sulla particolarissima roveja di Civita di Cascia riconosciuta come presidio slow food, sui ceci teneri come il burro dei campi di Sammarmo a Vallo di Nera, sulla cicerchia, piselli, fave e altri tipi di fagioli oltre a quelli già detti.

Un'offerta abbondante e varia che attrae i turisti paghi di acquistare uno o più sacchetti di saporiti semi da zuppa o da insalata, buoni anche da mischiare a cereali come l'orzo o come il farro DOP di Monteleone di Spoleto.

Secondo l'indagine ISNART la maggior parte degli acquisti sono effettati direttamente presso i produttori, in azienda o in agriturismo.

 

Lenticchia pianta farro dieta mediterranea turismo cicerchiata

 

Non solo i più famosi piani di Castelluccio e di Colfiorito o i campi estesi del lago Trasimeno offrono le squisite varietà, ma molte altre spianate umbre pullulano di queste coltivazioni, ottenute per lo più con criteri di agricoltura biologica. L'usanza di coltivar legumi in Umbria è diretto retaggio di un'alimentazione contadina che sopperiva al fabbisogno proteico usando i legumi al posto della carne ed è pratica agricola che consiste nella rotazione delle colture, visto che nelle radici delle leguminose c'è un batterio capace di fissare l'azoto atmosferico.

Nelle famiglie rurali umbre fino a qualche anno fa il primo pasto della mattina era a base di zuppa di legumi. Sulla tavola di inizio giornata comparivano piatti di fagioli o di fave conditi a crudo con un filo d'olio extravergine di oliva e una macinata di pepe, unitamente a due fette di pane da ammollare nel brodo di cottura.

Tanta era la comunanza con i legumi che persino alcuni dolci ne ricordavano l'aspetto. La cicerchiata, per esempio, dolce carnevalesco formato da tante palline fritte disposte una sull'altra a forma di piramide tronca irrorata con miele, ricorda nel nome e nella forma i chicchi della squisita cicerchia.

 

cicerchiata-umbra.jpg

 

 

 

 

 La foto della cicerchiata è tratta da  http://esedomaniincucina.blogspot.it/2012/01/cicerchiata-umbra.html

 

 

 

Di berenice - Pubblicato in : Gastronomia - Community : Bricciole d'informazione
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 0 commenti
Friday 18 may 2012 5 18 /05 /Mag /2012 09:03

   scoglio-di-roccaporena.jpg  Lo scoglio di Roccaporena (Cascia, Perugia).

 

 

Non esiste angolo della Valnerina che non possegga un mistero, pronto a spiegarvi la posizione di un sasso, di un ruscello, di una corrente d'aria, e non esiste posto dove non ci sia qualcuno pronto a raccontare...

 

 

Sull'alto scoglio di Roccaporena, a occidente di Cascia in un antro nascosto fra le rocce, viveva la ninfa Porrina, divinità dei monti che consegnava responsi dalla sua grotta d'oro.

Decine e decine di viandanti risalivano la vallata del fiume Corno, fino all'incrocio con il torrente Tessino, incedendo fra i boschi di carpino nero, tra le piante di roverella e acero montano. Giungevano alla bocca dell'oracolo pronti a superare ogni prova pur di ascoltare la profezia cercata.

Scorrevano, lentamente, le vicende umane con i ritmi del tempo, le lunazioni, i solstizi, gli equinozi.

La ninfa si bagnava alla fonte e alimentava il suo focolare, sorvegliando la fecondità di Madre Terra che produceva foglie e boccioli, fiori e frutti.

 

Sul far dell'autunno Porrina uscì dalla grotta  e pronunciò la sua profezia più importante: la nascita di un fiore a Roccaporena.

Un fiore che tutto il mondo avrebbe conosciuto e che avrebbe sparso il suo profumo nel cuore delle genti.

L'anno 1380, nel piccole e umile villaggio di Roccaporena, da Antonio Lotti e Amata Ferri, nacque Margherita, santa Rita da Cascia, la Santa delle rose.

 

 

(tratta da "Leggende e scantafavole d'Umbria" di A.Benedetti, Vallo di Nera 1998. Foto di Caterina Armento per www.panoramio.com )
Di berenice - Pubblicato in : Tradizioni - Community : POETICANDO
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 2 commenti
Monday 14 may 2012 1 14 /05 /Mag /2012 11:32

dialetto umbro rattattuiu pulle visavì sciampagnasse gabarrè

 

 

Tra le tante parole straniere che si stanno via via sostituendo ai termini italiani, ce ne sono alcune usate nella parlata dialettale che hanno una spiccata derivazione francese.

Nella parte dell'Umbria, di cui da tempo sto prendendo in considerazione la parlata vernacolare (media Valnerina e area spoletina confinante),  il periodo napoleonico, con l'occupazione francese di fine '700 e inizio '800, sembra aver lasciato un segno ancora percepibile. Spoleto fu capoluogo del dipartimento del Clitunno e del Trasimeno e molti comuni della Valnerina furono aggregati al cantone rurale spoletino, pur tra le lotte e le ribellioni che a quei tempi sfociarono nella creazione di un movimento antifrancese e antigiacobino. Nonostante i tafferugli le truppe francesi pronunciavano parole che la gente del posto ben presto faceva proprie, mantenendole ancora adesso.

Inoltre, lo ammetto, le elezioni presidenziali francesi della settimana appena trascorsa hanno riacceso, almeno momentaneamente, l'interesse per questo venticello lessicale d'oltralpe.

 

Eccole alcune delle parole dialettali di origine francese ancora in uso:

 

 

Le pulle: le galline. Da poule, in francese il pollo, che a sua volta deriva dal latino pulla che significa gallina. Le pulle la sera si ricoverano nel pollaio o patullu, condividendo lo spazio con biòcche (chiocce), pollastri e pollastre, coi purgini e co' lu galle.

Liunì, staje attente a le pulle che la vorbe te freca!  Leonilde, tieni d'occhio le galline che la volpe te le ruba!

 

Rattatuiu:  miscuglio che dà luogo a disordine. La parola è una corruzione di ratatouille che indica un piatto vegetale consistente in un miscuglio di verdure. Lu munnu è diventatu un rattattuiu, non se capisce più lu versu. Il mondo è diventato un miscuglio disordinato da non capirne più il verso giusto.

 

Sciampagnasse: dissolvere, sciupare. Il riferimento immediato è allo champagne che raffigura il senso del festeggiamento. Potrebbe essere un adattamento dell'italiano sciampannare che significa allargare. Ma l'accostamento alle bollicine rende meglio l'idea. Se so' sciampagnato tuttu, per nui non c'è 'rmastu gnènte. Lo saprebbe io do' mannalli! Hanno sciupato tutto e per noi non è rimasto niente. Saprei io dove mandarli!

 

Gabarrè: vassoio. Dal francese cabaret che oggi significa varietà ma che in origine definiva il vassoio con cui si servivano bicchieri e tazzine nei café o nei locali notturni.  Dicu la dieta, la dieta, sfonnali, se so' magnati un gabarrè de pastarelle! Dicono la dieta, la dieta, sono senza fondo, hanno mangiato un vassoio di paste.

 

Visavì: armadio con grandi specchi. Dal francese vis à vis, tradotto viso a viso, perché negli specchi presenti in ogni anta dell'armadio ci si può guardare viso a viso con un'altra persona, magari illuminati dalle baciù, le abat-jour, discrete lampade da comodino.

Lu trènce sta appicatu su lu visavì de nonna, caccialu fòri che piòe.  Il trench è appeso nell'armadio della nonna, tiralo fuori che piove.

E non te specchiassi troppu che qui ci sta da fa'! E non ti specchiare troppo che qui c'è da fare!

 

(Continua, arrivederci alla prossima volta. Altri articoli in Dialetto umbro: 'ncitusu, scintu, sguillone, cecagna, rignuppicatu  )     

 

 

Di berenice - Pubblicato in : Glossario umbro - Community : Dritte Sulla Rete
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 1 commenti
Saturday 5 may 2012 6 05 /05 /Mag /2012 10:58

3142030494_5f22551f44.jpg

 

 

5 maggio 2012. 5 maggio. Non so la vostra, ma la mia memoria corre ai versi dedicati a Napoleone Bonaparte, conosciuti e imparati nelle aule scolastiche.

Potenza evocativa di una data e di un’ode che sovrasta qualsiasi altro avvenimento: la partenza della spedizione dei Mille di Garibaldi, avvenuta il  5 maggio nel 1860, la nascita di Carlo Marx il 5 maggio 1818 o l’invenzione della popolarissima schedina del Totocalcio, allora Sisal, il 5 maggio del 1946 per opera del cronista sportivo Massimo della Pergola.

Per me il 5 maggio è l’Ei fu. Seguito da quell’accoppiata misteriosa dell’orba di tanto spiro, che rendeva solenne la recitazione.

Ore 8:00 di questa mattina. La scuola coltiva ancora il 5 maggio 1821?

Che giorno è oggi?

Il cinque maggio

E allora?

Allora, 5 il giorno, 5 il mese e 5 la somma di 2012.

 

Arriva un’altra risposta: 5 maggio, Napoleone

Tiro un sospiro di sollievo.

Chi l’ha scritta?

Foscolo.

No, Leopardi  –corregge la studentessa dedita alla numerologia.

Reagisce la foscoliana:

Ma sei scema, a me non pare. E da Foscolo passa a optare per Ungaretti.

Poi, sbalorditiva, recita le prime quattro righe:

Ei fu. Siccome immobile,

dato il mortal sospiro,

stette la spoglia immemore,

orba di tanto spiro…

Ci ripensa:

No, no, né Foscolo, né Ungaretti, l’ha composta Alessandro Manzoni.

Risponde convinta l’altra:

Sì, sì, Manzoni, figlio di Cesare Beccaria, autore “dei delitti e delle pene”… alle Medie stava prima di Leopardi sul libro di epica! I promessi sposi, invece, li abbiamo fatti su internet.

Su Wikipedia?

No, su Youtube. I promessi sposi in dieci minuti.

 

Poi tira fuori la sua erudizione:

il 5 maggio mancano due giorni alle None.

Cosa?

Ma sì, nel calendario romano ogni mese aveva le Calende, le None e le Idi.

Sai il MARMALUOT? A marzo, maggio, luglio e ottobre le None erano il giorno sette, negli altri mesi cadevano il cinque. Perciò il cinque maggio è a due giorni dalle None.

Altri tempi. Napoleo’, Manzo’ “fu vera gloria?”

 

(Foto di Raffaele Sergi da Flickr)

Di berenice - Pubblicato in : Racconti - Community : Mamme
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 4 commenti
Friday 4 may 2012 5 04 /05 /Mag /2012 21:18

olivia sclerosi multipla donazione organi

 

 

Ci sono sofferenze inattese, difficili da incontrare; ci sono vite che insegnano a riscoprire una  forza interiore spesso sopita, schiacciata dalla superficialità e dall’indifferenza.

Guardo la foto di Olivia sorridente e mi specchio nella sua storia. Oggi è il suo compleanno.

Olivia è stata colpita a sedici anni da una malattia senza cure risolutive: la sclerosi multipla. Sedici anni, il fiore dell’adolescenza, i primi innamoramenti, la spensieratezza e la gioia dell’età, lo studio. Le mani tremanti che lasciavano cadere gli oggetti, le diagnosi mediche che non riuscivano a inquadrare bene il male che procedeva, le torture dei ripetuti esami clinici, le infinite visite da un ambulatorio all’altro…

 

Anni che passavano lenti e recavano irreversibili peggioramenti, ma Olivia sempre al suo posto con un diploma conseguito al Liceo Classico, poi con la Laurea  in Biologia, poi, anche se le gambe non le permettevano di andare da sola, per  via di quei muscoli che non rispondevano più ai nervi privati progressivamente della guaina mielinica, ecco gli anni di volontariato e ancora l’incarico di ricercatrice all’Istituto di Biochimica della Sapienza di Roma. Ogni mattina si alzava alle sei per prepararsi e partire con il tram accompagnata dalla mamma, per fare esperimenti sugli enzimi che avrebbero potuto guarire altri da altre malattie.  E vicino alle provette, ai macchinari di laboratorio, i tanti ragazzi che dovevano affrontare l’esame o preparare il lavoro per la tesi di Laurea erano in fila per parlare con lei, per avere quell’attenzione e quell’ascolto che gli altri professori o assistenti non avevano tempo di dare.

 

Olivia, nonostante la malattia invalidante, non ha mai saltato un giorno, attaccata a quel lavoro che era la sua passione  e la sua occasione di condurre una vita normale. Non si è mai lamentata del suo stato, ha tenacemente conseguito la patente per guidare l’auto per conquistarsi ancora una fetta di indipendenza, ha voluto sempre affrontare ogni appuntamento: congressi, esami, feste, vacanze con gli amici, ripetizioni estive a generazioni di ragazzi nel paese dove trascorreva le vacanze.   

Era diventata la confidente di molti, quasi che la conoscenza diretta del dolore l’avesse messa in grado di risolvere le difficoltà degli altri: uno scricciolo, piegato dal male, che non riusciva più neppure a stare in piedi, né ad andare a dormire nel letto quando era arrivata l’ultima influenza; eppure piena di volontà. Aveva lavorato fino alle vacanze natalizie e proprio alla fine dell’anno mi disse che sentiva qualcosa di diverso, che ormai non ce l’avrebbe fatta: neppure un mese dopo se n’era andata.

 

 Ma in quegli ultimi giorni, anche se non riusciva più a parlare, lucidissima, ha scritto decine di foglietti. Pensava a vivere, ma pensava anche a chi sarebbe rimasto, in caso di morte. Non solo disposizioni e intenzioni per la mamma e per chi amava, ma un ultimo pensiero anche per chi come lei aveva visto il suo corpo deteriorarsi. “Voglio donare i miei organi, il cuore, le cornee, i reni…” In una nottata, tra gennaio e febbraio, al Policlinico Umberto I di Roma il cuore alimentato dalle macchine ha cessato di battere ma Olivia  con la donazione ha potuto continuare a soddisfare il suo infinito desiderio ed esempio di vita.

 

Sostenuta da quella forza che, nascosta o evidente, è in ognuno di noi.

Di berenice - Pubblicato in : Racconti - Community : Bricciole d'informazione
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 0 commenti
Monday 30 april 2012 1 30 /04 /Apr /2012 08:26

Foto-Cedrav-Piantamaggio-2.jpg

 

    

“Io ne vengo dal villaggio co’ l’idea de piantà maggio, ecco il sole che è calato e maggio ancora non ho piantato…”

 

L'Umbria si appresta a celebrare la primavera con  rituali antichi tramandati dalla tradizione. 

Ad Assisi  rivive il fastoso Calendimaggio, dove le Parti di Sopra e di Sotto per tre giorni si sfidano a suon di canti, giochi, bellezza, sfilate e mangiate; a Terni la gente scende nelle piazze per le notti del Cantamaggio, con i maggiaioli che invadono la città su carri allegorici mentre intonano canti d'amore in dialetto, a Gubbio, il 15 maggio giorno della festa di Sant'Ubaldo si svolge la Corsa dei Ceri.

A San Pellegrino di Gualdo Tadino il trenta aprile, dopo una corsa entusiasmante, vengono innalzati un pioppo grande e un pioppo più piccolo, mentre a Isola di Fossara, frazione di Scheggia e Pascelupo, l'ultima domenica di maggio un faggio viene tagliato dal monte Catria, portato in paese e piantato il tredici giugno festa di sant'Antonio da Padova. 

In Valnerina, invece, torna il Piantamaggio, un rito semplice, arcaico, ma altamente coinvolgente.

 

Ed è proprio su quest'ultimo che mi andrò a soffermare.

  

Ogni anno la sera del trenta aprile, nei paesi della valle del Campiano, tra Norcia e Preci (PG), un tronco di pioppo cipressino (localmente chiamato arbùcciu) viene piantato nella piazza principale in mezzo all’euforia generale.

 

 

Rivive, così, la tradizione del Piantamaggio che viene perpetuata da tempi antichissimi come rito propiziatorio di  passaggio dall’inverno alla fecondità vitale della primavera e che si può rivivere ancora oggi nei paesi di Corone, Castelvecchio, Abeto, Piedivalle, Preci, Campi e Ancarano.

L’albero alto venti-venticinque metri (il maggio), rubato e tagliato lungo il fiume Campiano sull’imbrunire, deve superare in lunghezza e perfezione quello dei paesi vicini, pena lo sfottimento generale. Adagiato su scale di legno oppure, da qualche anno, caricato sul rimorchio di un trattore, viene trasportato in corteo da una festante combriccola, che si dà a una baldoria senza regole, fin sulla piazza del borgo, dove si procede alla sfrondatura e scortecciatura.

Il tronco, liscio e denudato, viene piantato al posto del maggio dell’anno precedente (che durante la cerimonia viene abbattuto) in una buca profonda che lo accoglierà fino all’aprile venturo.

Un tempo l’albero veniva issato solo con l’aiuto di corde e della forza muscolare e il buon esito dell’operazione rappresentava la prova di virilità: sia la simbologia fallica del tronco, sia la robustezza maschile erano metafore e augurio di  fertilità e di rinascita della natura. Ancora oggi per indicare l’atto sessuale, in molte zone si usa popolarmente il detto “armettere maggio”.

La rappresentazione del Piantamaggio resta immutata nei contenuti a quella di anni fa, ma attualmente il risultato è garantito perché l’energia e il vigore fisico sono sostituiti dalle macchine, visto che l’albero –come accade a Campi- viene innalzato da una gru o da bracci  meccanici. Non c’è quindi pericolo di fare “cilecca” e di non piantarlo ben diritto.

Sulla punta del maggio viene legato, con fili di ferro e chiodi, un ramo di ciliegio fiorito e infilata la bandiera italiana, che in qualche caso è accoppiata a quella europea. A volte sulla punta vengono infilati rami di maggiociondolo.

Quando l’albero è piantato iniziano i suoni, i canti degli stornelli, le mangiate: a Preci i ragazzi che hanno lavorato offrono salsicce, pane, vino e porchetta; a Campi, dove la festa è organizzata dalla Pro Loco si mangiano fave, cacio  pecorino, pastasciutta, prosciutto e si beve buon vino. Tutto il paese partecipa, talvolta anche i  turisti e, come accade a Castelvecchio, gruppi di romani che  ritornano appositamente ogni anno per non mancare al coinvolgente appuntamento.

Poco dopo la mezzanotte, la festa si conclude, anche se fino a qualche decina di anni fa si arrivava all’alba ancora svegli.

A Campi di Norcia i ragazzi, dopo aver piantato l’albero, sotto i suoi auspici, correvano alle finestre delle giovinette per cantare le serenate e dichiarare il loro amore. Raccoglievano uova, frutti, offerte per preparare una cena e la domenica successiva, in chiesa alla Messa, avevano la risposta alla loro dichiarazione.

Se l’amore dichiarato veniva accettato la ragazza corteggiata si vestiva con accuratezza, se così non era indossava giacca e abiti al rovescio, camminava all’indietro e compiva ogni gesto in maniera contraria al naturale.

Il rito del piantamaggio, rimasto vivo in Valnerina solo in questa zona del nursino, forse per gli storici scambi commerciali della Valle del Campiano con la Toscana dove la tradizione del maggio è molto presente, ha un’origine  antica e carattere profano e religioso insieme. Ai primordi si trovano le feste pagane in onore di Maia, dea della fertilità, poi il culto verso l’albero come elemento verticale e ascensionale che collega la Terra al Cielo, con il quale l’uomo accede al dio e si rigenera o come simbolo stilizzato della Croce di Cristo redentore dell’Umanità.

Alcuni toponimi, come il Monte Maggio sopra a Cascia o il Monte Galenne, tra Meggiano,  Cerreto e Sellano (Galenne con riferimento alle Calende di Maggio) raccontano di quanto fosse diffusa la cerimonia, che talvolta persiste nelle feste paesane in altri periodi dell'anno con l'innalzamento dell'albero della Cuccagna, simile al maggio e carico di doni da conquistare dopo essersi arrampicati sulla superficie scivolosa.

Il Piantamaggio veniva anticipato dalle Rogazioni maggiori (il 25 aprile giorno di San Marco) ovvero le processioni (scugnùri) imploranti l’aiuto divino sulle coltivazioni e seguito da Santa Croce (il 3 maggio), quando i contadini  piantavano nei campi piccole croci dove infilavano pezzetti di palma, gigli e candele benedette della Candelora.

Il 26 e 27 maggio  2012 Preci propone "Le tradizioni di maggio", un festival di musica e cultura tradizionale.

Di berenice - Pubblicato in : Tradizioni - Community : Dritte Sulla Rete
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 0 commenti
Tuesday 24 april 2012 2 24 /04 /Apr /2012 22:32

 

sguillone rignuppicatu cecagna ncitusu scintu

 

 

 

Eccomi di nuovo alle prese con il dialetto umbro.  

Mi piace riportarne ogni tanto le voci, darne il significato, porgere l'esempio di brevi proposizioni. 

- Il dialetto deve continuare a vivere, non deve scomparire - mi scrive un lettore e io, nello stimolante spazio di un blog, provo a fare la mia parte.

Confermo che alcune parole continuano a essere usate comunemente, mentre altre stanno per essere cancellate in modo definitivo. Poiché, infatti, la trasmissione dei vocaboli o dei frasari è prevalentemente orale, se qualcuno non li adopera nel quotidiano i termini più antichi tendono a scomparire per sempre.

Allora io continuo ad ascoltare la parlata della mia zona d'Umbria, continuo ad annotare e, a voi piacendo, a conservare e divulgare con i mezzi che il presente ci offre.

 

Signori e signore, dunque, godetevi una cinquina di vocaboli: li ho scelti un po' acidi, scivolosi e sonnacchiosi, per non dire infreddoliti, stante l'acquerugiola insistente di questi giorni.

 

 

'ncitusu: agg.. antipatico, acido da generare fastidio. Al femminile è 'ncitosa ed è usato più frequentemente del maschile. Come spesso accade nel dialetto umbro i maschili terminano in -u e la vocale iniziale viene eliminata (in questo caso la -i).  "Quanno te vengu a chiede li voti p'annà su, so tutti boni, doppo accostateje, diventano certi 'ncitusi!" (Quano i candidati vengono a chiederti i voti per essere eletti, sono tutti buoni, dopo prova ad avvicinarli, diventano così antipatici!)

 

scintu: agg. seduto. Il termine scinto è usato anche in italiano e deriva dal verbo scingere o dal più antico scignere con il significato di slacciare, liberarsi. Per estensione liberarsi dalle fatiche, dal lavoro e mettersi a riposo.

Infatti, scintu è il participio di scégnese, mettersi a sedere, da cui deriva il femminile scénta e l'imperativo scégnete, rivolto con cortesia all'ospite quando entrano dentro una casa.  "La sera se cenava scinti davanti a lu focu, co li piatti su le mani" (La sera si cenava seduti davanti al fuoco del camino, tenendo i piatti sulle mani)

 

sguillone: scivolone. Sguillone è sostantivo del verbo sguillasse, che significa scivolarsi (scivolare) e che deriva dall'italiano sguizzare o guizzare dove la doppia zeta è sostituita dalla coppia di elle, rendendo più efficace il suono onomatopeico. In uso anche il participio sguillato, scivolato.

"Arà pure piuvutu davanti casa, sarà statu mullu, ma se quilli trampuli non se l'era missi lu sguillone se l'era risparagnatu! Avrà pure piovuto davanti casa, sarà stato bagnato, ma se non avesse messo quei tacchi così alti lo scivolone se lo sarebbe risparmiato!) "Bardassa' ci hai fattu casu? Sti sòrdi te sguillano da le mani come le trotte!"  (Baldassarre lo hai notato? questi soldi ti scivolano dalle mani come le trote!)

  

 cécagna: sonnolenza. Deriva da cieco e riproduce figurativamente gli occhi semichiusi dal sonno. "Ma perché non va llà lu lettu co sta cecagna; na vòrda la capoccia je casca avanti, na vòrda dietro, finché non va jò pe terra." (Perché non va a letto con questa sonnolenza; la testa una volta ciondola in avanti, un'altra volta indietro, finché non cadrà a terra).

  

rignuppicatu: rannicchiato, raggomitolato in posizione fetale o incurvato, ingobbito.  "Quanno fa friddu li pòtti se rignuppicano tutti sotto le cuperte de lu lettu nostru, me fanno aria e non me fanno durmì."  (Quando è freddo i bambini si raggomitolano tutti sotto le coperte del nostro letto matrimoniale, le lenzuola non aderiscono e non mi fanno dormire.) "S'è data na rignuppicata che non se 'rconosce più l'omone che era." (Si è tanto incurvato che non si riconosce più l'uomo alto che era).

 

(Continua; arrivederci alla prossima volta. L'articolo precedente si trova in   Dialetto umbro: bàtticia, battisteru, Madonna del petrolio,cuturèlla e coccétta

Di berenice - Pubblicato in : Glossario umbro - Community : Dritte Sulla Rete
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 1 commenti
Wednesday 18 april 2012 3 18 /04 /Apr /2012 08:16

 giornata trekking urbano spoleto fontana mascherone    

 

 

Tutti a piedi sabato prossimo in diciassette città italiane per riscoprire fonti, fontane monumentali e acquedotti. L'invito a camminare è rivolto dall'edizione primaverile della Giornata del Trekking urbano che sabato 21 aprile si svolgerà anche a Spoleto (PG) oltre che ad Ancona, Arezzo, Ascoli Piceno, Avellino, Chieti, Fermo, Mantova, Padova, Pavia, Pisa, Pistoia, Rieti, Salerno, Siena,Tempio Pausania e a Trento.

Un modo nuovo di fare turismo che privilegia gli angoli nascosti e meno noti delle città e unisce magnificamente relax, sport e immersione nella natura. Tema scelto per l'appuntamento è "l'acqua motrice di vita".

 

 

spoleto ponte delle torri acquedotto Gattapone

 

 

A Spoleto gli itinerari da percorrere sono due. Il primo, di mattina dalle 9,30 alle 12,30, due chilometri e mezzo di tragitto. permetterà di visitare le fontane del centro storico partendo e ritornando a Piazza della Libertà di fronte al palazzetto Ancaiani sede dell'ufficio di informazione turistica. Sarà possibile conoscere meglio storia e architettura della fontanella di piazza della Libertà, della Fonte dei Maccabei, della seicentesca fontana del Mascherone, della solenne fontana di piazza del Mercato sovrastata da un orologio e dallo stemma di Papa Barberini, della fonte di piazza Duomo e del lavatoio vicino, della fontanina di via Saffi addossata al Palazzo arcivescovile.

 

L'itinerario pomeridiano, che parte sempre da piazza della Libertà, inizia alle 15,30 e termina alle 18,30. Tocca il Teatro Romano, giunge a piazza Campello e si snoda per cinque chilometri dal monumentale acquedotto del Ponte delle Torri (240 metri di lunghezza per 60 di altezza) attraverso il Fortilizio dei Mulini fino al Giro dei Condotti: I panorami sono mozzafiato e le opere di ingegneria idraulica realizzate tra il Monteluco e il Colle sant'Elìa estremamente interessanti.  

 

Entrambi gli itinerari presentano bassa difficoltà, sviluppandosi prevalentemente in piano e con poche, lievi salite.

Per le ulteriori  informazioni e per la prenotazione obbligatoria basterà rivolgersi allo IAT di Spoleto tel.0743.218620/218621 o info@iat.spoleto.pg.it 

 

(Nelle foto la fontana del Mascherone di piazza Campello e il Ponte delle Torri, progettato da Matteo di Giovannello detto il Gattapone)

 

Di berenice - Pubblicato in : Viaggi - Community : Bricciole d'informazione
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 1 commenti
Friday 13 april 2012 5 13 /04 /Apr /2012 15:47

 

    ferrovia spoleto norcia biselli farinelli

 

 

Si è spento a Spoleto Giuseppe Farinelli, il capostazione che il 31 luglio 1968 dette il via al viaggio dell'ultimo treno sulla ferrovia Spoleto-Norcia. Un amore profondo quello che Farinelli ha nutrito per il trenino azzurro e per la bellezza del tracciato ferroviario e una condanna determinata quella che egli ha rivolto a chi quel miracolo di mobilità non ha saputo o voluto mantenere.

La sua testimonianza diretta ha arricchito di ricordi e di decine di aneddoti la conoscenza dei giovani e di quelli che non hanno mai avuto il privilegio di salire su quelle poche carrozze a scartamento ridotto, pronte ad attraversare i primi campi della periferia cittadina, a lanciarsi alla velocità di trenta-quaranta chilometri l'ora tra il verde cupo dei lecci, a risalire e scendere i viadotti mirabolanti e le gallerie a precipizio o a rasentare l'alveo del Nera tra le cui acque si scorgevano saltare le trote Fario. 

L'ottantasettenne capostazione ha raccolto e diffuso con estrema disponibilità i ricordi, le storie quotidiane di cui è stato testimone. Orgoglioso del suo ruolo un po' speciale e consapevole della portata scientifica di un tale patrimonio, ha conservato pezzi di materiale della ferrovia come reliquie, andandoli addirittura a cercare e a ricomprare dopo lo smantellamento. Ne ha conservati tanti di oggetti che a vederli si riesce quasi a rivivere direttamente quel periodo di metà Novecento, quell'occasione perduta di una ferrovia che, capolavoro di ingegneria, correva in luoghi dal paesaggio monumentale, essa stessa monumento, e che invece a un certo punto venne considerata con la sola logica economica del bilancio dei costi-ricavi. Uno strano destino quello di questa strada ferrata dell'Italia centrale: nata per portare la modernità, fu cancellata proprio in nome di questa.

Farinelli avrebbe dato un po' di se stesso pur di poter indossare di nuovo, anche simbolicamente, la divisa e il berretto da capostazione, ma gli eventi a volte non seguono le stesse strade dei desideri.

Dopo anni di totale abbandono il tracciato della vecchia ferrovia è stato rimesso parzialmente in sicurezza per ospitare gruppi entusiasti di ciclisti, di podisti, di appassionati di jogging; nel tratto cittadino si può effettuare qualche giro in carrozzella, ma niente di più. Appare difficile ricostituire quello che è andato perduto, nonostante l'impegno e la volontà di molti.

Ma, come ultimo saluto al mitico capostazione, esprimiamo l'augurio che tutto possa ancora accadere e che un giorno si possa riascoltare nitido, quel flebile suono di un vecchio fischietto.

 

(A seguire un articolo che Giuseppe Farinelli scrisse per Spoletonovanta, periodico dell'Associazione turistica Pro-Spoleto, in occasione dei quarant'anni dalla soppressione della linea. Le immagini sono tratte dal forum del sito www.trainsimitalia.net ).

 

 

farinelli ferrovia capostazione  

 giuseppe farinelli capostazione spoleto1.jpg

 farinelli ferrovia spoleto norcia agriturismo valnerina

 

Di berenice - Pubblicato in : Viaggi - Community : Dritte Sulla Rete
Vuoi lasciare un commento? Grazie - Vedi 6 commenti

Presentazione

Syndication

  • Feed RSS degli articoli

cerca

Calendario

June 2012
M T W T F S S
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30  
<< < > >>

Creare un blog

Crea un blog gratis su over-blog.com - Contatti - C.G.U. - Remunerazione in diritti d'autore - Segnala abusi - Articoli più commentati